Bisognava Muoversi

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Bisognava Muoversi è una rassegna cinematografica dedicata ad Armando Ceste, Alberto Signetto e Alessandro Tannoia, tre registi che hanno operato a Torino nel mondo del cinema a cavallo tra gli anni ’80 e i primi anni 2000, in forme diverse e spesso molto personali. Tutti e tre hanno avuto la capacità di irradiare energia creativa intorno a loro, non solo con le loro opere ma anche con la loro persona e con il loro agire sociale. Tre personalità complesse che hanno vissuto in maniera intensa e creativa il periodo a cavallo del secolo e del millennio che è coinciso con i grandi mutamenti dalla città-fabbrica verso la città-non-si-sa-bene-cosa, mutamenti di cui sono stati, nel corso del tempo, interpreti, testimoni e vittime.

Questi tre registi appartenevano ad un’area culturale alternativa, avevano a diverso titolo legami con la politica dei movimenti, con l’underground e con le tendenze artistiche e creative che si muovevano in quegli anni a Torino, in Italia e all’estero. Non erano naturalmente i soli in città, ma erano sicuramente tre figure simbolo.

Abbiamo avuto la sfortuna di perderli relativamente presto, a poca distanza l’uno dall’altro, nello stesso ordine in cui erano nati: prima Armando, poi Alberto e alla fine anche Alessandro, tra il 2009 e il 2014 e certamente questo è stato uno stimolo iniziale per una riflessione su di loro, prima presi singolarmente, poi provando a “metterli insieme”: in questa decade sono mancati anche altri amici e registi di quelle generazioni e di quell’ambiente torinese, penso ad esempio a Nicola Rondolino, che mi fa piacere ricordare, la cui filmografia ha meno appigli e punti di contatto con quella dei nostri tre, ma sicuramente era invece loro assai vicino dal punto di vista umano.

I tre erano, messi insieme, delle figure cinematograficamente pure, determinate ed esuberanti, come dimostrano anche le similitudini visive più estreme in alcuni film, realizzati in anni spesso diversi tra di loro.

Erano puri nel perseguire un’idea di cinema che doveva essere inderogabilmente la loro, alla quale tutti e tre hanno letteralmente dedicato la vita.

Determinati nel perseguire la loro idea assolutamente personale di cinema, nelle scelte da prendere e soprattutto in quelle da non prendere.

Esuberanti nel modo di essere, di apparire e di agire. Signetto dopo i 30 anni ha iniziato ad avere una corporatura molto robusta e Tannoia anche prima. Erano considerati i due più grossi registi di Torino. Ceste è sempre stato un bell’uomo, nell’accezione comune, cioè meno alto degli altri due, ma più longilineo, sempre sorridente. Come gli altri due, lo possiamo rivedere nelle foto in impermeabili neri di finta pelle o giù di lì, negli autunni torinesi dei primi anni novanta.

Avevano tutti e tre fama di scorbutici e di intolleranti, ma tutti e tre in realtà amavano svisceratamente la discussione, nella quale erano sì, sempre riottosi e intransigenti, verso le ingiustizie e ipocrisie del mondo, soprattutto della politica, di cui erano tutti e tre acuti critici, in quanto diversamente marxisti, eretici e non allineati.

Erano appassionati cinefili: se penso a due registi che li accomunino, che tutti e tre amavano certamente sopra molti altri, mi vengono in mente Jean-Luc Godard e Jonas Mekas. Si conoscevano anche per questo, si stimavano reciprocamente e molto.

Ceste, Signetto e Tannoia erano tutti e tre dei dissidenti del mondo del cinema torinese, irriducibili e irrecuperabili ad una visione che non fosse consona alla loro a livello epidermico.

Per quanto autori in qualche modo prolifici, come si può vedere dalle loro filmografie, non hanno realizzato le grandi opere che avrebbero voluto e probabilmente potuto realizzare, conservando fino all’ultimo questa amarezza contro un sistema di cose nel quale, nonostante le loro diverse doti, difficilmente riuscivano a trovare spazi adeguati.

Anche per questo motivo abbiamo voluto omaggiarli con una rassegna che non vuole dire tutto su di loro, ma vuole cercare di dire qualcosa per prolungarne lo spirito, oltre che per proseguirne la memoria.